il ricorso ex art. 700 c.p.c nel rito del lavoro e due recenti pronunce del tribunale di roma. breve commento *** il ricorso all’art

Il ricorso ex art. 700 c.p.c nel rito del lavoro e due recenti
pronunce del Tribunale di Roma.
Breve commento
***
Il ricorso all’art 700 c.p.c. è uno degli strumenti processuali di
natura cautelare più utilizzato nel rito del lavoro in quanto,
conformemente agli interessi che tale materia intende tutelare,
consente di addivenire ad una rapida soluzione della controversia
purché ricorrano gli stringenti requisiti richiesti dalla legge quali
il periculum in mora ed il fumus boni iuris.
Tale tipologia di ricorso, inoltre, è per lo più utilizzato quale
strumento ante causam, non solo perché in tali casi non è necessario
effettuare il tentativo obbligatorio di conciliazione ex art. 410
c.p.c., ma anche perché taluno può individuarlo come strumento per
accorciare i tempi in vista di possibile accordo ed avere così una più
rapida soluzione della controversia.
Senza dubbio, nell’ambito della verifica della sussistenza dei due
requisiti per accordare il provvedimento d’urgenza, è decisivo ed
assorbente il requisito del periculum in mora, tant’è che il Giudice,
accertata l’insussistenza di un pregiudizio irreparabile, non è tenuto
a verificare la sussistenza dell’altro requisito del fumus bonis
iuris. Ed il periculum in mora, ossia il fondato motivo del ricorrente
di temere che durante il tempo necessario per far valere il proprio
diritto in via ordinaria possa subire un pregiudizio grave ed
irreparabile, non può mai essere implicitamente riconosciuto, essendo
posto a carico dell’attore l’onere di provarne la fondatezza.
In relazione alle due diverse tipologie di ricorsi ex 700 c.p.c.
oggetto del presente stringato esame, il Tribunale ha evidenziato
l’assenza del requisito del periculum in mora ed ha conseguentemente
rigettato i ricorsi.
In particolare nel primo caso il ricorrente, lamentando l’illegittima
decurtazione di somme di denaro dalla propria busta paga (pari a euro
xxx al mese), ne chiedeva la immediata sospensione ex art. 700 c.p.c..
Nel caso di specie, al di là della valutazione sull’esistenza della
fondatezza del diritto per il quale era stata chiesta una tutela
urgente, peraltro validamente contestata da parte resistente, il
dipendente nulla ha provato in merito alla sussistenza del periculum
in mora.
Infatti, ciò che il Giudice ha posto in evidenza nella sentenza è
stata proprio l’insussistenza del periculum in mora per mancanza di
allegazione e prova sulla minaccia di un pregiudizio imminente ed
irreparabile in merito al quale il ricorrente ha semplicemente fatto
riferimento, nelle conclusioni del ricorso, alla circostanza che la
busta paga, con le trattenute praticate non gli avrebbe permesso di
accendere un mutuo in banca. La privazione della retribuzione,
infatti, contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, non è
sufficiente di per sé a configurare un pregiudizio irreparabile nelle
more della tutela ordinaria, a meno che non si provi (in modo coerente
con le previsioni codicistiche) che il venir meno anche di una parte
della retribuzione determini una situazione economica particolarmente
pregiudizievole tale da non permettere al ricorrente di fronteggiare i
propri bisogni per il tempo necessario al giudizio di merito.
Alla medesima valutazione circa l’insussistenza del periculum in mora
è addivenuto il Giudice nel caso del ricorso ex 700 c.p.c. promosso da
un altro dipendente a seguito di licenziamento. In tale fattispecie il
dipendente - licenziato a seguito di condanna per il reato di peculato
commesso a danno della società di appartenenza - a sostegno della
sussistenza di un pregiudizio imminente ed irreparabile lamentava un
precario stato di salute oltre ad una estrema ed immediata difficoltà
economica e psicologia. Anche in questo caso, tuttavia, nel corso del
giudizio nessuna prova in tal senso è stata fornita. Addirittura il
ricorrente affermava che la condizione fisica invalidante da cui era
affetto già da alcuni anni, risultava addirittura migliorata in
pendenza del procedimento disciplinare all’esito del quale gli era
stato comminato il licenziamento.
Non solo, quanto alla difficoltà economica, il ricorrente
semplicemente asseriva che, coniugato con un figlio piccolo, traeva
dal suo lavoro l’unica fonte di reddito familiare, senza peraltro
fornire alcun tipo di prova a supporto di quanto da lui affermato.
Anche in questo caso il Giudice ha posto l’accento sulla mancanza di
prove volte a sostenere la sussistenza del periculum in mora,
evidenziando non solo che il mero danno economico costituito dalla
perdita di retribuzione non concretizza di per sé la ricorrenza del
requisito in questione, ma rilevando altresì la genericità
dell’asserito legame tra la patologia e l’irrogazione del
licenziamento a seguito del quale, come riferito dal ricorrente, c’era
stato addirittura un miglioramento della sua situazione fisica.
Inoltre, dato assolutamente non trascurabile, il Tribunale ha anche
condannato il ricorrente al pagamento delle spese di lite.
Si evidenzia, quindi, come in entrambe le fattispecie prese in esame
il Giudice abbia posto in risalto la carenza probatoria dell’elemento
del periculum in mora che deve avere ad oggetto veri e propri
pregiudizi, individuati in maniera specifica e circostanziata,
altrimenti la tutela d’urgenza da eccezionale diventerebbe uno
strumento ordinario di difesa dei propri diritti che permetterebbe,
tra l’altro, anche di aggirare l’adempimento previsto all’art. 410
c.p.c.
Si rileva per concludere una sostanziale e crescente attenzione del
Giudice del lavoro teso ad impedire un uso indiscriminato e
generalista del provvedimento cautelare ante causam. Infatti,
contrariamente all’iniziale tendenza che aveva condotto ad un ampio
riconoscimento del diritto di ricorrere a tale procedura d'urgenza
soprattutto nei casi di licenziamento, nel presente si può osservare
una più rigorosa applicazione codicistica in ordine alla verifica
della sussistenza dei requisiti necessari per accordare la tutela
cautelare e, alla luce di tali ultime sentenze esaminate, tale
orientamento può ormai definirsi consolidato.
Infine, di rilevante interesse è la condanna alle spese di lite
comminata alla parte soccombente nella seconda delle sentenze prese in
esame. Infatti, seppure la L. 69/2009 abbia modificato l’art. 92
c.p.c. ed in base alla sua attuale formulazione occorrono “gravi ed
eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione” per
poter compensare le spese, è pur vero che nella prassi viene fatto un
larghissimo uso della compensazione delle spese motivandola
semplicemente con la ricorrenza di giusti motivi proprio in
considerazione del fatto che, storicamente, il lavoratore appare come
la parte più “svantaggiata” e come tale viene riconosciuta e tutelata.
La regolamentazione delle spese di lite contenuta nella nuova
formulazione dell’art. 96 c.p.c. risponde senza dubbio ad una funzione
di deterrenza che non vuole impedire ai cittadini l’accesso alla
giustizia, ma tende ad evitarne un uso approssimativo.
Certamente un cambiamento di tendenza, anche alla luce
dell’applicazione delle nuova formulazione dell’art. 96 c.p.c., era
prevedibile anche nel rito del lavoro, nonostante i particolari
principi propri di tale materia e senza dubbio la condanna di cui si è
detto è un segnale del cambiamento in atto.
Roma, 20.09.2010
Avv. Gian Francesco Regard

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